
1
Da tempo vorrei scrivere qualcosa per ricordare alcuni giovani scrittori. Non per altro motivo, che da due anni tornano ad assalirmi sdegno e dolore senza mai cessare. Ed io vorrei che questa fosse una scossa capace di liberarmi dal dolore e darmi un po’ di sollievo: per essere franco, desidero dimenticarli.
Due anni fa da oggi, la notte del 7 o la mattina dell’8 febbraio 1931 furono assassinati insieme cinque nostri giovani scrittori. A quel tempo nessun giornale di Shanghai osò darne notizia – non vollero, oppure non la reputarono degna di interesse; solo in „Wen-i hsin-wen” vi si alluse velatamente in un articolo. Nel numero 11 (del 25 maggio) il signor Lin Mang diceva in Impressioni su Pai Mang:
„Aveva scritto molti versi e tradotto alcune poesie di Petöfi; Lu Hsün, che allora redigeva „Pen-liu”, ricevuti i suoi manoscritti gli scrisse che voleva conoscerlo, ma lui non era uomo che desiderasse incontrare le celebrità, e alla fine fu Lu Hsün che corse a cercarlo, e con ogni insistenza incoraggiò il suo lavoro letterario; ma lui non riuscì a star seduto nella sua stanzetta a scrivere, e tornò alla sua strada. Poco dopo fu di nuovo arrestato…”
Del nostro incontro qui non è riferito con esattezza. Pai Mang non si dava tante arie. Era venuto da me, ma non perché avessi chiesto di incontrarlo. Anch’io non mi do tante arie da scrivere con leggerezza a un collaboratore sconosciuto di venire da me. Il motivo per cui ci incontrammo fu molto semplice: egli aveva mandato una biografia di Petöfi tradotta dal tedesco ed io gli avevo scritto per chiedergli il testo originale; questo precedeva una raccolta di poesie, non conveniva spedirlo per posta, allora venne a portarlo lui stesso. Era un giovane sui vent’anni, di aspetto molto composto, di colorito scuro scuro. Di che parlassimo allora l’ho dimenticato, ricordo solo che disse che il suo cognome era Hsü, ed era di Hsiang-shan; gli chiesi perché la donna presso cui aveva il recapito avesse un nome così strano (che avesse di strano, ora l’ho dimenticato), e lui rispose che le piaceva così, era romantica, e anche lui la sentiva un po’ estranea. Ecco quel che è rimasto.
La notte presi la traduzione e feci un grossolano confronto con l’originale. Vidi che, oltre a qualche errore, c’era in un punto una distorsione deliberata. Evidentemente non gli piaceva l’espressione „poeta nazionale” e l’aveva cambiata in „poeta popolare”. Il giorno seguente ricevetti da lui un’altra lettera, in cui diceva quanto gli rincrescesse di aver parlato tanto quando ci eravamo visti, mentre io ero stato di poche parole e freddo, come subissi una qualche imposizione. Allora gli risposi che per spiegargli che parlar poco al primo incontro è cosa comune tra gli uomini; e aggiunsi che non doveva cambiare il testo originale secondo le sue simpatie ed antipatie. Perché il suo libro era rimasto da me, gli mandai due raccolte da me possedute, chiedendogli se poteva tradurre ancora qualche poesia per i nostri lettori. Difatti tradusse alcune poesie, che portò di persona, e chiacchierammo un po’ più della prima volta. La biografia e le poesie furono poi pubblicate in „Pen-liu”, nel quinto fascicolo del secondo volume, l’ultimo uscito.
La terza volta che ci siamo visti, ricordo, era un giorno molto caldo; qualcuno bussò alla porta, e quando aprii trovai Pai-Mang con una veste ovattata ed il viso tutto sudato: scoppiammo insieme a ridere. Solo allora mi disse di essere un rivoluzionario; era stato appena rilasciato dal carcere, gli avevano sequestrati tutti i vestiti e i libri, compresi i due volumi che io gli avevo dati; la veste che indossava gliel’aveva prestata un amico che non possedeva camicie di tela; perciò era costretto a indossare una veste lunga e a sudare così. Deve essere la volta di cui il signor Lin Mang dice „fu di nuovo arrestato”.
Fui molto contento che fosse stato rilasciato, e gli pagai subito il compenso per il manoscritto perché si comprasse una camicia leggera. Ma provavo anche dispiacere per quei miei due libri: nelle mani della polizia erano veramente perle chiare gettate nella tenebra. Non erano nulla di eccezionale, un volume di prosa e uno di poesia, secondo il traduttore tedesco raccolti da lui stesso; però neanche in Ungheria, paese d’origine dell’autore, esistevano volumi così completi. Eppure erano pubblicati nella „Reclam’s Universal-Bibliothek” e ad essere in Germania si sarebbero trovati dovunque, al prezzo di nemmeno uno yüan. Ma per me erano un tesoro, perché li avevo ordinati dalla Germania tramite la libreria Maruzen trent’anni fa, al tempo in cui amavo ardentemente Petöfi e allora avevo temuto che per il prezzo basso i librai non volessero occuparsene ed ero stato molto in ansia quando ne avevo fatto la richiesta. Poi si può dire che li portassi sempre con me. Solo, la disposizione per le cose cambia, e mi era passata la voglia di tradurli; allora avevo deciso di regalarli a quel ragazzo che, come me a quel tempo, amava ardentemente la poesia di Petöfi. E mi era parsa una buona destinazione. Così avevo anche dato una certa importanza alla cosa, e avevo mandato Jou Shih a portarli di persona. Chi immaginava che sarebbero caduti in mano ai „tre strisce”1. Una frustrazione!
2.
Se non ricercavo l’incontro coi collaboratori non era interamente per modestia, ma vi aveva in molta parte il desiderio di evitar noie. Poiché dall’esperienza di sempre sapevo che i giovani, e specialmente i giovani letterati, nove su dieci sono ipersensibili e orgogliosi e basta niente per fraintendersi; perciò il più delle volte li evitavo deliberatamente. Avevo paura a incontrarli, figurarsi poi se osavo dar loro degli incarichi. Però allora a Shanghai c’era uno col quale non solo osavo scherzare liberamente, ma che osavo anche incaricare di sbrigarmi qualche faccenda personale: era quel Jou Shih che aveva portato i libri a Pai Mang.
Non so quando né dove fu il mio primo incontro con Jou Shih. Mi sembra dicesse di avere assistito alle mie lezioni a Pechino, allora si tratta di otto o nove anni fa. Ho dimenticato anche come abbiamo cominciato a frequentarci a Shanghai – insomma: abitava nella Chin-yün-li, a quattro o cinque porte da casa mia, e non so come cominciasse, ma prendemmo a frequentarci. Forse la prima volta, mi disse che il suo cognome era Chao e il nome P’ing-fu, „Ritorno in pace”. Ma una volta parlando delle grandi arie che si davano t’u-hao e lieh-shen2 al suo paese, disse che uno shen-shih, trovando bello il suo nome l’aveva dato al proprio figlio e a lui aveva ordinato di non usarlo più. Perciò suppongo che il suo nome fosse P’ing-fu, „Fortuna in pace”: infatti la fortuna insieme con la pace corrisponde esattamente alle aspirazioni di un signore di campagna, mentre non avrebbe avuto motivo di entusiasmarsi tanto per il „ritorno”3. Il suo paese di origine era Ning-hai nel T’ai-chou, solo a guardarlo lo si capiva dai suoi modi duri propri del T’ai-chou; per di più era anche un po’ ritroso, qualche volta mi faceva pensare di essermi imbattuto tutt’a un tratto in Fang Hsiao-ju, che secondo me doveva assomigliargli molto.
Stava tappato in casa a scrivere o a tradurre. Dopo che ci frequentavamo da qualche tempo rilevammo la nostra comunanza di vedute, allora prendemmo accordi con alcuni altri giovani delle stesse idee per fondare la società Ch’ao-hua. Avevamo per scopo di presentare opere letterarie dell’Europa orientale e settentrionale e di introdurre le incisioni in legno straniere, perché ritenevamo che fosse da diffondere un’arte robusta e semplice. Subito pubblicammo la rivista „Ch’ao-hua hsün-k’an”, una Raccolta di racconti contemporanei di tutto il mondo, Fiori dell’alba del giardino dell’arte4, tutti su questa linea; invece la Raccolta di incisioni di Koji Kukiya fu pubblicata per ripulire dagli „artisti” i lidi di Shanghai e trafiggere quella tigre di carta di Yeh Ling-feng5.
Pure, Jou Shih non aveva denaro, per la stampa si fece prestare più di duecento yüan. Oltre all’acquisto della carta, toccava a lui la maggior parte del lavoro di redazione e dei lavori minuti, come correre in tipografia, provvedere alle illustrazioni, correggere le bozze. Però era sempre insoddisfatto e parlando aggrottava le ciglia. Dalle sue vecchie opere spira molto pessimismo, ma in realtà egli era tutt’altro, aveva fiducia nella bontà degli uomini. Qualche volta raccontavo di come gli uomini siano capaci di ingannare gli uomini, vendere gli amici, succhiare il sangue. Allora lui con la fronte tutta lucida spalancava gli occhi miopi sbalordito e incredulo e protestava „È possibile? – arrivare a questo punto...?”
Però in breve la società Ch’ao-hua chiuse per motivi che non desidero esporre, e insomma la testa idealistica di Jou Shih per la prima volta picchiò contro un grosso chiodo; tutte le sue energie sprecate per nulla, e in più cento yüan da prendere in prestito per pagare il conto della carta. In seguito ebbe meno dubbi su quel mio affermare che „c’è da aver paura dell’animo umano”; pure qualche volta chiedeva sospirando: „È davvero possibile?...” Ma continuava ad avere fiducia nella bontà degli uomini.
Prese dunque i libri rimasti alla società Ch’ao-hua che avrebbero dovuto esser suoi e li portò alla libreria Ming-jih e alla libreria Kuang-hua con la speranza di ricavarne un po’di denaro, e intanto si buttò tutto a tradurre, per mettere insieme tanto da pagare il debito; appunto alla Commercial press vendette una Raccolta di racconti danesi6 e il romanzo di Gor’kij L’affare Artamonov. Ma penso che i manoscritti di queste traduzioni siano andati perduti l’anno scorso nella battaglia7.
La sua ritrosia a poco a poco diminuì, tanto che osava andare per strada insieme con sue compaesane o amiche di sesso femminile, ma sempre a una distanza di almeno tre o quattro piedi. Questo modo di fare era molto scomodo, quando lo incontravano per la strada e alla distanza di tre o quattro piedi davanti o dietro, a destra o a sinistra c’era una graziosa ragazza, ero sempre incerto se si trattasse di una sua amica. Ma quando usciva con me, mi camminava vicino, addirittura mi sosteneva, per la paura che morissi investito da automobili o dal tram; a mia volta, io ero preoccupato per lui che, con la sua miopia, stava a badare ad altri; così procedendo incerti e agitati ci angosciavamo per tutta la strada: perciò a meno che non fosse assolutamente indispensabile evitavo di uscire con lui, a darmi pena del suo darsi pena.
In base ai principi della vecchia come della nuova morale, se c’era da aiutare gli altri con svantaggio proprio, sceglieva di farlo e prendeva tutto su di sé.
Alla fine cambiò deliberatamente, mi dichiarò che da allora in poi avrebbe trasformato il contenuto e la forma delle sue opere. Io dissi che mi pareva difficile, come se, abituato a usare il coltello, ora dovesse usare il bastone: come poteva fare? Rispose franco: basta imparare!
E non erano chiacchiere, veramente cominciò a studiare. Fu allora che mi portò a conoscere un’amica, la signorina Feng K’eng. Conversai un po’ con lei, ma infine me la sentivo estranea, sospettavo che fosse una romantica, impaziente dei risultati; sospettavo anche che la recente decisione di Jou Shih di scrivere un romanzo avesse origine dalle opinioni di lei. Ma diffidavo anche di me stesso, forse la risposta radicale di Jou Shih aveva centrato un mio punto dolente, il mio indulgere alla passività; perciò inconsciamente trasferivo su lei il mio risentimento. – In realtà non ero più generoso dei giovani letterati ipersensibili e orgogliosi che temevo di incontrare.
Lei era di complessione debole, e non era bella.
3.
Fin dopo la fondazione della Lega degli scrittori di sinistra non seppi che il Pai Mang da me conosciuto era lo Yin Fu autore dei versi pubblicati in „T’o-huang-chih”. Una volta portai a una riunione per regalarglielo il racconto di un viaggio in Cina di un giornalista americano tradotto in tedesco, col solo fine che facesse esercizio di tedesco. Però non venne. Non mi restò che incaricare di nuovo Jou Shih. Ma poco dopo furono arrestati tutti e due, e anche quel mio libro fu sequestrato e cadde nelle mani dei „Tre strisce”.
4.
La libreria Ming-jih voleva pubblicare un nuovo periodico e invitò come redattore Jou Shih, che acconsentì; la libreria aveva anche intenzione di stampare mie traduzioni, e lo incaricò di trattare con me le percentuali; allora feci una copia del contratto con la libreria Pei-hsin e glielo consegnai. Lui se lo ficcò in tasca e se e andò in fretta. Era la notte del 6 gennaio 1931 e non avrei immaginato, quando se ne andò così, che questo fosse l’ultimo incontro fra me e lui, il nostro congedo definitivo.
Il giorno dopo fu arrestato in una riunione, aveva ancora in tasca quel mio contratto editoriale, riseppi che le autorità governative perciò mi stavano cercando. Il contratto editoriale era chiarissimo, ma io non desideravo andare a spiegarlo in quei luoghi niente affatto chiari. Ricordo che nella Biografia di Yüeh Fei si racconta di un monaco buddhista il quale, prima che il messo mandato ad arrestarlo arrivasse alle porte del tempio, „morì”8 e lasciò un inno: „Quando da Oriente arriva il potere costituito, io me ne vado a Occidente”9. Questo è per lo schiavo il miglior modo immaginabile di lasciare il mare di dolore10 e, se non c’è in vista nessun „cavaliere errante”, è la sola cosa che convenga. Io non sono un monaco buddhista, non dispongo del nirvana, anzi sono attaccatissimo alla vita, perciò scappai.
Quella notte bruciai vecchie lettere di amici e con mia moglie col bambino in braccio andai in albergo. Qualche giorno dopo seppi che si era sparsa la voce che ero stato imprigionato o ammazzato, ma le notizie di Jou Shih erano molto poche. Chi diceva che i poliziotti l’avevano portato alla libreria Ming-jih e gli avevano chiesto se era il redattore; chi diceva che i poliziotti l’avevano portato alla libreria Pei-hsin e gli avevano chiesto se era Jou Shih; lo avevano ammanettato, dal che era evidente che il caso era grave. Ma grave perché, non si capiva in nessun modo.
Mentre era in prigione, vidi due lettere sue ai compaesani; ecco la prima:
„Sono da ieri a Lung-hua con trentacinque compagni di prigionia (fra cui sette donne). Ieri notte siamo stati incatenati, è il primo caso di detenuti politici incatenati. In questo caso sono implicate troppe persone, temo sia difficile per ora uscire di prigione, spero che nel lavoro alla libreria mi sostituisca uno di voi. Va tutto bene, con Yin Fu sto studiando il tedesco, potete dirlo al signor Chou11; spero che il signor Chou non si preoccupi, non siamo stati torturati. I poliziotti e le autorità di polizia mi hanno chiesto più volte l’indirizzo del signor Chou, ma io che ne so. Spero che non vi preoccupiate. Molti saluti! Chao Shao-hsiung. 24 gennaio”.
Questo era scritto sulla prima pagina. Sul retro era scritto:
„Ho bisogno di due o tre ciotole da riso di latta. Se non potete incontrarmi, potete lasciare le cose da consegnare a Chao Shao-hsiung”.
Il suo atteggiamento non era cambiato, voleva studiare il tedesco, si applicava ancora di più; e continuava a preoccuparsi per me, come quando camminavamo per strada. Ma nella lettera c’erano alcune cose sbagliate: a incatenare i detenuti politici non avevano affatto cominciato con loro, ma lui finora aveva avuto troppa stima per i burocrati e li aveva creduti civili fino ad oggi, quando avevano cominciato a infierire su loro. Ma non era così. Infatti la seconda lettera era molto diversa, conteneva espressioni assai dolorose, diceva anche che alla signorina Feng si era gonfiato il viso – peccato che io non l’abbia copiata. A quel tempo correvano voci ancora più confuse: chi diceva che si poteva riscattarlo dal carcere, chi diceva che era stato trasferito a Nanchino. Non c’era una notizia sicura. Intanto erano sempre più numerose le lettere e i telegrammi in cui si chiedevano mie notizie, perfino mia madre a Pechino si ammalò per l’ansia, e a me non restava che scrivere e riscrivere a tutti per mettere le cose a posto. Così passarono una ventina di giorni.
Il tempo s’era fatto freddo, non sapevo se dov’era Jou Shih ci fossero le coperte. Noi le avevamo. Le ciotole di latta le aveva ricevute?... Ma improvvisamente ricevetti una notizia sicura: Jou Shih ed altre ventitré persone nella notte del 7 o all’alba dell’8 febbraio erano stati fucilati presso il comando della guarnigione di Lung-hua. Il suo corpo era stato colpito da dieci pallottole.
Ecco dunque!...
A tarda notte ero in piedi nel cortile dell’albergo, circondato da mucchi di roba rotta, tutti dormivano, anche mia moglie e il bambino. Sentivo profondamente di aver perduto un ottimo amico, che la Cina aveva perduto ottimi giovani: nell’indignazione e nel dolore sopravvenne la calma, e misi insieme questi versi12:
Le notti lunghe di primavera le passo ormai
Con moglie e figlio. Fragili alle tempie i capelli.
Vedo in sogno imprecise lacrime di una madre.
Sulle mura hanno mutato le grandi bandiere imperiali.
Vite di amici diventano spettri, non resisto a vederle.
In ira contro siepi di spade cerco una piccola poesia.
Non lamentarsi. Chino il capo. Non si può scrivere più.
Come acqua la luna illumina la mia veste oscura.
Ma in seguito gli ultimi versi non furono più veri, finii col darli a un cantante giapponese.
In Cina allora non c’era nessuna possibilità di scrivere, eravamo costretti peggio che in una scatola di conserva. Ricordo che Jou Shih alla fine dell’anno era andato al suo paese e vi era rimasto parecchio tempo, tornato a Shanghai era stato biasimato dagli amici. Turbato e addolorato mi disse che sua madre, che aveva perduto la vista da entrambi gli occhi, l’aveva trattenuto qualche giorno di più; come avrebbe potuto andarsene subito? Io conosco l’animo pieno d’amore di questa madre cieca e l’animo pieno di attenzione affettuosa di Jou Shih. Al tempo della rivista „Pei-tou” volevo scrivere un articolo su Jou Shih ma non potei, non mi restò che scegliere un’incisione della signora Käthe Kollwitz intitolata Sacrificio, in cui una madre dolorosamente offre su figlio, quale ricordo di Jou Shih di cui solo io sapevo.
Dei quattro giovani scrittori uccisi con lui, Li Wei-sen non l’ho mai incontrato, Hu Yeh-p’in l’ho incontrato solo una volta a Shanghai, abbiamo conversato un po’. Un po’ di più conoscevo Pai Mang, cioè Yin Fu, ci eravamo scambiati delle lettere, aveva mandato dei manoscritti; ma quando ora li ho cercati non ho trovato nulla, devo averli bruciati tutti insieme quella notte del 17, quando ancora non sapevo che fra gli arrestati c’era anche Pai Mang. Resta quel volume Raccolta di poesie die Petöfi. L’ho sfogliato, non c’era nulla, salvo quattro versi tradotti a penna a lato di una poesia, Wahlspruch [Motto]:
La vita è un tesoro,
Più prezioso è l’amore;
Per la libertà
L’una e l’altra getterò!
Nella seconda pagina c’è scritto Hsü P’ei-ken13, suppongo sia il suo vero nome.
5.
Due anni fa da oggi, ero rifugiato nell’albergo mentre essi camminavano verso il luogo dell’esecuzione; a un anno da oggi, fra gli spari fuggivo nel settore inglese, mentre essi erano già sepolti chissà dove; solo quest’anno oggi finalmente siedo nella vecchia casa, tutti dormono, anche mia moglie e il bambino. E ancora sento profondamente di aver perduto un ottimo amico, che la Cina ha perduto ottimi giovani: nell’indignazione e nel dolore è sopravvenuta la calma, e dalla calma ecco è sopravvenuta la vecchia abitudine, e ho scritto le parole qui sopra.
Se continuassi, nella Cina di oggi di nuovo non troverei dove scrivere. Da giovane, leggendo In memoria di Hsiang Tzu-ch’i14, mi sembrava molto strano che scrivesse solo quelle poche righe, e appena cominciato già fosse alla fine. Ma ora capisco.
Non sono i giovani a scrivere commemorazioni per i vecchi: in questi trent’anni, sotto i miei occhi il sangue di tanti giovani a strato a strato si è ammucchiato fino a seppellirmi così da non poter respirare: posso solo scrivere qualcosa con questa penna e l’inchiostro, come scavassi fra il fango una piccola fessura e vi sporgessi la bocca per un ultimo respiro – che mondo è questo. La notte è lunga, la strada è lunga, meglio per me dimenticarli, meglio non parlarle. Ma so che anche se non sarò io, verrà un tempo in cui saranno ricordati, in cui si parlerà di loro.
7-8 febbraio 1933.
* Saggio pubblicato la prima volta in „Hsien-tai”, vol. 2, n. 6, aprile 1933. Successivamente raccolto in Nan ch’iang pei tiao chi. I „cinque martiri” qui commemorati sono giovani scrittori (dai trenta ai ventidue anni) assassinati dalla polizia del Kuo-min-tang a Lung-hua presso Shanghai fra il 7 e l’8 febbraio 1931 insieme con altri diciotto comunisti. Non tutti furono fucilati. Sembra che alcuni, fra cui Li Wei-sen, fossero bruciati vivi.
1 I poliziotti del settore internazionale di Shanghai portavano tre strisce gialle sulla manica.
2. T’u-hao, lieh-shen, shen-shih: tirannelli locali e notabili nelle campagne e nei piccoli centri.
3 La parola fortuna e la parola ritorno differiscono nella scrittura ma si pronunciano entrambe fu.
4 Chin-tai shih-chieh tuan-pien hsiao-shuo, I yüan ch’ao-hua.
5 Yeh Ling-feng aveva plagiato Koji Kukiya.
6 Tan-mai tuan-pien hsiao-shuo chi.
7 La battaglia di Shanghai del 1932. Il 28 gennaio l’esercito giapponese attaccò Shanghai tentando di impadronirsi della città. Fu respinto dalla xix armata di campagna appoggiata dal popolo.
8 Per „morire” è impiegato un termine buddhista che indica una morte volontaria raggiunta attraverso un’estrema concentrazione.
9 L’Occidente, per i buddhisti cinesi, è anche il luogo mitico della santità e della serenità, e della morte.
10 Altra espressione buddhista, per „la vita terrena”.
11 Chou: il vero cognome di Lu Hsün.
12 Ne trascrivo la versione di Franco Fortini.
13 È il nome del fratello di Pai Mang.
14 Scritto estremamente breve, in commemorazione di amici uccisi.
