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Ricordo per dimenticare

Traduzione: Edoarda Masi

1

Da tempo vorrei scrivere qualcosa per ricordare alcuni giovani scrittori. Non per altro motivo, che da due anni tornano ad assalirmi sdegno e dolore senza mai cessare. Ed io vorrei che questa fosse una scossa capace di liberarmi dal dolore e darmi un po’ di sollievo: per essere franco, desidero dimenticarli.

Due anni fa da oggi, la notte del 7 o la mattina dell’8 febbraio 1931 furono assassinati insieme cinque nostri giovani scrittori. A quel tempo nessun giornale di Shanghai osò darne notizia – non vollero, oppure non la reputarono degna di interesse; solo in „Wen-i hsin-wen” vi si alluse velatamente in un articolo. Nel numero 11 (del 25 maggio) il signor Lin Mang diceva in Impressioni su Pai Mang:

„Aveva scritto molti versi e tradotto alcune poesie di Petöfi; Lu Hsün, che allora redigeva „Pen-liu”, ricevuti i suoi manoscritti gli scrisse che voleva conoscerlo, ma lui non era uomo che desiderasse incontrare le celebrità, e alla fine fu Lu Hsün che corse a cercarlo, e con ogni insistenza incoraggiò il suo lavoro letterario; ma lui non riuscì a star seduto nella sua stanzetta a scrivere, e tornò alla sua strada. Poco dopo fu di nuovo arrestato…”

Del nostro incontro qui non è riferito con esattezza. Pai Mang non si dava tante arie. Era venuto da me, ma non perché avessi chiesto di incontrarlo. Anch’io non mi do tante arie da scrivere con leggerezza a un collaboratore sconosciuto di venire da me. Il motivo per cui ci incontrammo fu molto semplice: egli aveva mandato una biografia di Petöfi tradotta dal tedesco ed io gli avevo scritto per chiedergli il testo originale; questo precedeva una raccolta di poesie, non conveniva spedirlo per posta, allora venne a portarlo lui stesso. Era un giovane sui vent’anni, di aspetto molto composto, di colorito scuro scuro. Di che parlassimo allora l’ho dimenticato, ricordo solo che disse che il suo cognome era Hsü, ed era di Hsiang-shan; gli chiesi perché la donna presso cui aveva il recapito avesse un nome così strano (che avesse di strano, ora l’ho dimenticato), e lui rispose che le piaceva così, era romantica, e anche lui la sentiva un po’ estranea. Ecco quel che è rimasto.

La notte presi la traduzione e feci un grossolano confronto con l’originale. Vidi che, oltre a qualche errore, c’era in un punto una distorsione deliberata. Evidentemente non gli piaceva l’espressione „poeta nazionale” e l’aveva cambiata in „poeta popolare”. Il giorno seguente ricevetti da lui un’altra lettera, in cui diceva quanto gli rincrescesse di aver parlato tanto quando ci eravamo visti, mentre io ero stato di poche parole e freddo, come subissi una qualche imposizione. Allora gli risposi che per spiegargli che parlar poco al primo incontro è cosa comune tra gli uomini; e aggiunsi che non doveva cambiare il testo originale secondo le sue simpatie ed antipatie. Perché il suo libro era rimasto da me, gli mandai due raccolte da me possedute, chiedendogli se poteva tradurre ancora qualche poesia per i nostri lettori. Difatti tradusse alcune poesie, che portò di persona, e chiacchierammo un po’ più della prima volta. La biografia e le poesie furono poi pubblicate in „Pen-liu”, nel quinto fascicolo del secondo volume, l’ultimo uscito.

La terza volta che ci siamo visti, ricordo, era un giorno molto caldo; qualcuno bussò alla porta, e quando aprii trovai Pai-Mang con una veste ovattata ed il viso tutto sudato: scoppiammo insieme a ridere. Solo allora mi disse di essere un rivoluzionario; era stato appena rilasciato dal carcere, gli avevano sequestrati tutti i vestiti e i libri, compresi i due volumi che io gli avevo dati; la veste che indossava gliel’aveva prestata un amico che non possedeva camicie di tela; perciò era costretto a indossare una veste lunga e a sudare così. Deve essere la volta di cui il signor Lin Mang dice „fu di nuovo arrestato”.

Fui molto contento che fosse stato rilasciato, e gli pagai subito il compenso per il manoscritto perché si comprasse una camicia leggera. Ma provavo anche dispiacere per quei miei due libri: nelle mani della polizia erano veramente perle chiare gettate nella tenebra. Non erano nulla di eccezionale, un volume di prosa e uno di poesia, secondo il traduttore tedesco raccolti da lui stesso; però neanche in Ungheria, paese d’origine dell’autore, esistevano volumi così completi. Eppure erano pubblicati nella „Reclam’s Universal-Bibliothek” e ad essere in Germania si sarebbero trovati dovunque, al prezzo di nemmeno uno yüan. Ma per me erano un tesoro, perché li avevo ordinati dalla Germania tramite la libreria Maruzen trent’anni fa, al tempo in cui amavo ardentemente Petöfi e allora avevo temuto che per il prezzo basso i librai non volessero occuparsene ed ero stato molto in ansia quando ne avevo fatto la richiesta. Poi si può dire che li portassi sempre con me. Solo, la disposizione per le cose cambia, e mi era passata la voglia di tradurli; allora avevo deciso di regalarli a quel ragazzo che, come me a quel tempo, amava ardentemente la poesia di Petöfi. E mi era parsa una buona destinazione. Così avevo anche dato una certa importanza alla cosa, e avevo mandato Jou Shih a portarli di persona. Chi immaginava che sarebbero caduti in mano ai „tre strisce”1. Una frustrazione!

2.

Se non ricercavo l’incontro coi collaboratori non era interamente per modestia, ma vi aveva in molta parte il desiderio di evitar noie. Poiché dall’esperienza di sempre sapevo che i giovani, e specialmente i giovani letterati, nove su dieci sono ipersensibili e orgogliosi e basta niente per fraintendersi; perciò il più delle volte li evitavo deliberatamente. Avevo paura a incontrarli, figurarsi poi se osavo dar loro degli incarichi. Però allora a Shanghai c’era uno col quale non solo osavo scherzare liberamente, ma che osavo anche incaricare di sbrigarmi qualche faccenda personale: era quel Jou Shih che aveva portato i libri a Pai Mang.

Non so quando né dove fu il mio primo incontro con Jou Shih. Mi sembra dicesse di avere assistito alle mie lezioni a Pechino, allora si tratta di otto o nove anni fa. Ho dimenticato anche come abbiamo cominciato a frequentarci a Shanghai – insomma: abitava nella Chin-yün-li, a quattro o cinque porte da casa mia, e non so come cominciasse, ma prendemmo a frequentarci. Forse la prima volta, mi disse che il suo cognome era Chao e il nome P’ing-fu, „Ritorno in pace”. Ma una volta parlando delle grandi arie che si davano t’u-hao e lieh-shen2 al suo paese, disse che uno shen-shih, trovando bello il suo nome l’aveva dato al proprio figlio e a lui aveva ordinato di non usarlo più. Perciò suppongo che il suo nome fosse P’ing-fu, „Fortuna in pace”: infatti la fortuna insieme con la pace corrisponde esattamente alle aspirazioni di un signore di campagna, mentre non avrebbe avuto motivo di entusiasmarsi tanto per il „ritorno”3. Il suo paese di origine era Ning-hai nel T’ai-chou, solo a guardarlo lo si capiva dai suoi modi duri propri del T’ai-chou; per di più era anche un po’ ritroso, qualche volta mi faceva pensare di essermi imbattuto tutt’a un tratto in Fang Hsiao-ju, che secondo me doveva assomigliargli molto.

Stava tappato in casa a scrivere o a tradurre. Dopo che ci frequentavamo da qualche tempo rilevammo la nostra comunanza di vedute, allora prendemmo accordi con alcuni altri giovani delle stesse idee per fondare la società Ch’ao-hua. Avevamo per scopo di presentare opere letterarie dell’Europa orientale e settentrionale e di introdurre le incisioni in legno straniere, perché ritenevamo che fosse da diffondere un’arte robusta e semplice. Subito pubblicammo la rivista „Ch’ao-hua hsün-k’an”, una Raccolta di racconti contemporanei di tutto il mondo, Fiori dell’alba del giardino dell’arte4, tutti su questa linea; invece la Raccolta di incisioni di Koji Kukiya fu pubblicata per ripulire dagli „artisti” i lidi di Shanghai e trafiggere quella tigre di carta di Yeh Ling-feng5.

Pure, Jou Shih non aveva denaro, per la stampa si fece prestare più di duecento yüan. Oltre all’acquisto della carta, toccava a lui la maggior parte del lavoro di redazione e dei lavori minuti, come correre in tipografia, provvedere alle illustrazioni, correggere le bozze. Però era sempre insoddisfatto e parlando aggrottava le ciglia. Dalle sue vecchie opere spira molto pessimismo, ma in realtà egli era tutt’altro, aveva fiducia nella bontà degli uomini. Qualche volta raccontavo di come gli uomini siano capaci di ingannare gli uomini, vendere gli amici, succhiare il sangue. Allora lui con la fronte tutta lucida spalancava gli occhi miopi sbalordito e incredulo e protestava „È possibile? – arrivare a questo punto...?”

Però in breve la società Ch’ao-hua chiuse per motivi che non desidero esporre, e insomma la testa idealistica di Jou Shih per la prima volta picchiò contro un grosso chiodo; tutte le sue energie sprecate per nulla, e in più cento yüan da prendere in prestito per pagare il conto della carta. In seguito ebbe meno dubbi su quel mio affermare che „c’è da aver paura dell’animo umano”; pure qualche volta chiedeva sospirando: „È davvero possibile?...” Ma continuava ad avere fiducia nella bontà degli uomini.

Prese dunque i libri rimasti alla società Ch’ao-hua che avrebbero dovuto esser suoi e li portò alla libreria Ming-jih e alla libreria Kuang-hua con la speranza di ricavarne un po’di denaro, e intanto si buttò tutto a tradurre, per mettere insieme tanto da pagare il debito; appunto alla Commercial press vendette una Raccolta di racconti danesi6 e il romanzo di Gor’kij L’affare Artamonov. Ma penso che i manoscritti di queste traduzioni siano andati perduti l’anno scorso nella battaglia7.

La sua ritrosia a poco a poco diminuì, tanto che osava andare per strada insieme con sue compaesane o amiche di sesso femminile, ma sempre a una distanza di almeno tre o quattro piedi. Questo modo di fare era molto scomodo, quando lo incontravano per la strada e alla distanza di tre o quattro piedi davanti o dietro, a destra o a sinistra c’era una graziosa ragazza, ero sempre incerto se si trattasse di una sua amica. Ma quando usciva con me, mi camminava vicino, addirittura mi sosteneva, per la paura che morissi investito da automobili o dal tram; a mia volta, io ero preoccupato per lui che, con la sua miopia, stava a badare ad altri; così procedendo incerti e agitati ci angosciavamo per tutta la strada: perciò a meno che non fosse assolutamente indispensabile evitavo di uscire con lui, a darmi pena del suo darsi pena.

In base ai principi della vecchia come della nuova morale, se c’era da aiutare gli altri con svantaggio proprio, sceglieva di farlo e prendeva tutto su di sé.

Alla fine cambiò deliberatamente, mi dichiarò che da allora in poi avrebbe trasformato il contenuto e la forma delle sue opere. Io dissi che mi pareva difficile, come se, abituato a usare il coltello, ora dovesse usare il bastone: come poteva fare? Rispose franco: basta imparare!

E non erano chiacchiere, veramente cominciò a studiare. Fu allora che mi portò a conoscere un’amica, la signorina Feng K’eng. Conversai un po’ con lei, ma infine me la sentivo estranea, sospettavo che fosse una romantica, impaziente dei risultati; sospettavo anche che la recente decisione di Jou Shih di scrivere un romanzo avesse origine dalle opinioni di lei. Ma diffidavo anche di me stesso, forse la risposta radicale di Jou Shih aveva centrato un mio punto dolente, il mio indulgere alla passività; perciò inconsciamente trasferivo su lei il mio risentimento. – In realtà non ero più generoso dei giovani letterati ipersensibili e orgogliosi che temevo di incontrare.

Lei era di complessione debole, e non era bella.

3.

Fin dopo la fondazione della Lega degli scrittori di sinistra non seppi che il Pai Mang da me conosciuto era lo Yin Fu autore dei versi pubblicati in „T’o-huang-chih”. Una volta portai a una riunione per regalarglielo il racconto di un viaggio in Cina di un giornalista americano tradotto in tedesco, col solo fine che facesse esercizio di tedesco. Però non venne. Non mi restò che incaricare di nuovo Jou Shih. Ma poco dopo furono arrestati tutti e due, e anche quel mio libro fu sequestrato e cadde nelle mani dei „Tre strisce”.

4.

La libreria Ming-jih voleva pubblicare un nuovo periodico e invitò come redattore Jou Shih, che acconsentì; la libreria aveva anche intenzione di stampare mie traduzioni, e lo incaricò di trattare con me le percentuali; allora feci una copia del contratto con la libreria Pei-hsin e glielo consegnai. Lui se lo ficcò in tasca e se e andò in fretta. Era la notte del 6 gennaio 1931 e non avrei immaginato, quando se ne andò così, che questo fosse l’ultimo incontro fra me e lui, il nostro congedo definitivo.

Il giorno dopo fu arrestato in una riunione, aveva ancora in tasca quel mio contratto editoriale, riseppi che le autorità governative perciò mi stavano cercando. Il contratto editoriale era chiarissimo, ma io non desideravo andare a spiegarlo in quei luoghi niente affatto chiari. Ricordo che nella Biografia di Yüeh Fei si racconta di un monaco buddhista il quale, prima che il messo mandato ad arrestarlo arrivasse alle porte del tempio, „morì”8 e lasciò un inno: „Quando da Oriente arriva il potere costituito, io me ne vado a Occidente”9. Questo è per lo schiavo il miglior modo immaginabile di lasciare il mare di dolore10 e, se non c’è in vista nessun „cavaliere errante”, è la sola cosa che convenga. Io non sono un monaco buddhista, non dispongo del nirvana, anzi sono attaccatissimo alla vita, perciò scappai.

Quella notte bruciai vecchie lettere di amici e con mia moglie col bambino in braccio andai in albergo. Qualche giorno dopo seppi che si era sparsa la voce che ero stato imprigionato o ammazzato, ma le notizie di Jou Shih erano molto poche. Chi diceva che i poliziotti l’avevano portato alla libreria Ming-jih e gli avevano chiesto se era il redattore; chi diceva che i poliziotti l’avevano portato alla libreria Pei-hsin e gli avevano chiesto se era Jou Shih; lo avevano ammanettato, dal che era evidente che il caso era grave. Ma grave perché, non si capiva in nessun modo.

Mentre era in prigione, vidi due lettere sue ai compaesani; ecco la prima:

„Sono da ieri a Lung-hua con trentacinque compagni di prigionia (fra cui sette donne). Ieri notte siamo stati incatenati, è il primo caso di detenuti politici incatenati. In questo caso sono implicate troppe persone, temo sia difficile per ora uscire di prigione, spero che nel lavoro alla libreria mi sostituisca uno di voi. Va tutto bene, con Yin Fu sto studiando il tedesco, potete dirlo al signor Chou11; spero che il signor Chou non si preoccupi, non siamo stati torturati. I poliziotti e le autorità di polizia mi hanno chiesto più volte l’indirizzo del signor Chou, ma io che ne so. Spero che non vi preoccupiate. Molti saluti! Chao Shao-hsiung. 24 gennaio”.

Questo era scritto sulla prima pagina. Sul retro era scritto:

„Ho bisogno di due o tre ciotole da riso di latta. Se non potete incontrarmi, potete lasciare le cose da consegnare a Chao Shao-hsiung”.

Il suo atteggiamento non era cambiato, voleva studiare il tedesco, si applicava ancora di più; e continuava a preoccuparsi per me, come quando camminavamo per strada. Ma nella lettera c’erano alcune cose sbagliate: a incatenare i detenuti politici non avevano affatto cominciato con loro, ma lui finora aveva avuto troppa stima per i burocrati e li aveva creduti civili fino ad oggi, quando avevano cominciato a infierire su loro. Ma non era così. Infatti la seconda lettera era molto diversa, conteneva espressioni assai dolorose, diceva anche che alla signorina Feng si era gonfiato il viso – peccato che io non l’abbia copiata. A quel tempo correvano voci ancora più confuse: chi diceva che si poteva riscattarlo dal carcere, chi diceva che era stato trasferito a Nanchino. Non c’era una notizia sicura. Intanto erano sempre più numerose le lettere e i telegrammi in cui si chiedevano mie notizie, perfino mia madre a Pechino si ammalò per l’ansia, e a me non restava che scrivere e riscrivere a tutti per mettere le cose a posto. Così passarono una ventina di giorni.

Il tempo s’era fatto freddo, non sapevo se dov’era Jou Shih ci fossero le coperte. Noi le avevamo. Le ciotole di latta le aveva ricevute?... Ma improvvisamente ricevetti una notizia sicura: Jou Shih ed altre ventitré persone nella notte del 7 o all’alba dell’8 febbraio erano stati fucilati presso il comando della guarnigione di Lung-hua. Il suo corpo era stato colpito da dieci pallottole.

Ecco dunque!...

A tarda notte ero in piedi nel cortile dell’albergo, circondato da mucchi di roba rotta, tutti dormivano, anche mia moglie e il bambino. Sentivo profondamente di aver perduto un ottimo amico, che la Cina aveva perduto ottimi giovani: nell’indignazione e nel dolore sopravvenne la calma, e misi insieme questi versi12:

Le notti lunghe di primavera le passo ormai

Con moglie e figlio. Fragili alle tempie i capelli.

Vedo in sogno imprecise lacrime di una madre.

Sulle mura hanno mutato le grandi bandiere imperiali.

Vite di amici diventano spettri, non resisto a vederle.

In ira contro siepi di spade cerco una piccola poesia.

Non lamentarsi. Chino il capo. Non si può scrivere più.

Come acqua la luna illumina la mia veste oscura.

Ma in seguito gli ultimi versi non furono più veri, finii col darli a un cantante giapponese.

In Cina allora non c’era nessuna possibilità di scrivere, eravamo costretti peggio che in una scatola di conserva. Ricordo che Jou Shih alla fine dell’anno era andato al suo paese e vi era rimasto parecchio tempo, tornato a Shanghai era stato biasimato dagli amici. Turbato e addolorato mi disse che sua madre, che aveva perduto la vista da entrambi gli occhi, l’aveva trattenuto qualche giorno di più; come avrebbe potuto andarsene subito? Io conosco l’animo pieno d’amore di questa madre cieca e l’animo pieno di attenzione affettuosa di Jou Shih. Al tempo della rivista „Pei-tou” volevo scrivere un articolo su Jou Shih ma non potei, non mi restò che scegliere un’incisione della signora Käthe Kollwitz intitolata Sacrificio, in cui una madre dolorosamente offre su figlio, quale ricordo di Jou Shih di cui solo io sapevo.

Dei quattro giovani scrittori uccisi con lui, Li Wei-sen non l’ho mai incontrato, Hu Yeh-p’in l’ho incontrato solo una volta a Shanghai, abbiamo conversato un po’. Un po’ di più conoscevo Pai Mang, cioè Yin Fu, ci eravamo scambiati delle lettere, aveva mandato dei manoscritti; ma quando ora li ho cercati non ho trovato nulla, devo averli bruciati tutti insieme quella notte del 17, quando ancora non sapevo che fra gli arrestati c’era anche Pai Mang. Resta quel volume Raccolta di poesie die Petöfi. L’ho sfogliato, non c’era nulla, salvo quattro versi tradotti a penna a lato di una poesia, Wahlspruch [Motto]:

La vita è un tesoro,

Più prezioso è l’amore;

Per la libertà

L’una e l’altra getterò!

Nella seconda pagina c’è scritto Hsü P’ei-ken13, suppongo sia il suo vero nome.

5.

Due anni fa da oggi, ero rifugiato nell’albergo mentre essi camminavano verso il luogo dell’esecuzione; a un anno da oggi, fra gli spari fuggivo nel settore inglese, mentre essi erano già sepolti chissà dove; solo quest’anno oggi finalmente siedo nella vecchia casa, tutti dormono, anche mia moglie e il bambino. E ancora sento profondamente di aver perduto un ottimo amico, che la Cina ha perduto ottimi giovani: nell’indignazione e nel dolore è sopravvenuta la calma, e dalla calma ecco è sopravvenuta la vecchia abitudine, e ho scritto le parole qui sopra.

Se continuassi, nella Cina di oggi di nuovo non troverei dove scrivere. Da giovane, leggendo In memoria di Hsiang Tzu-ch’i14, mi sembrava molto strano che scrivesse solo quelle poche righe, e appena cominciato già fosse alla fine. Ma ora capisco.

Non sono i giovani a scrivere commemorazioni per i vecchi: in questi trent’anni, sotto i miei occhi il sangue di tanti giovani a strato a strato si è ammucchiato fino a seppellirmi così da non poter respirare: posso solo scrivere qualcosa con questa penna e l’inchiostro, come scavassi fra il fango una piccola fessura e vi sporgessi la bocca per un ultimo respiro – che mondo è questo. La notte è lunga, la strada è lunga, meglio per me dimenticarli, meglio non parlarle. Ma so che anche se non sarò io, verrà un tempo in cui saranno ricordati, in cui si parlerà di loro.

7-8 febbraio 1933.

* Saggio pubblicato la prima volta in „Hsien-tai”, vol. 2, n. 6, aprile 1933. Successivamente raccolto in Nan ch’iang pei tiao chi. I „cinque martiri” qui commemorati sono giovani scrittori (dai trenta ai ventidue anni) assassinati dalla polizia del Kuo-min-tang a Lung-hua presso Shanghai fra il 7 e l’8 febbraio 1931 insieme con altri diciotto comunisti. Non tutti furono fucilati. Sembra che alcuni, fra cui Li Wei-sen, fossero bruciati vivi.

1 I poliziotti del settore internazionale di Shanghai portavano tre strisce gialle sulla manica.

2. T’u-hao, lieh-shen, shen-shih: tirannelli locali e notabili nelle campagne e nei piccoli centri.

3 La parola fortuna e la parola ritorno differiscono nella scrittura ma si pronunciano entrambe fu.

4 Chin-tai shih-chieh tuan-pien hsiao-shuo, I yüan ch’ao-hua.

5 Yeh Ling-feng aveva plagiato Koji Kukiya.

6 Tan-mai tuan-pien hsiao-shuo chi.

7 La battaglia di Shanghai del 1932. Il 28 gennaio l’esercito giapponese attaccò Shanghai tentando di impadronirsi della città. Fu respinto dalla xix armata di campagna appoggiata dal popolo.

8 Per „morire” è impiegato un termine buddhista che indica una morte volontaria raggiunta attraverso un’estrema concentrazione.

9 L’Occidente, per i buddhisti cinesi, è anche il luogo mitico della santità e della serenità, e della morte.

10 Altra espressione buddhista, per „la vita terrena”.

11 Chou: il vero cognome di Lu Hsün.

12 Ne trascrivo la versione di Franco Fortini.

13 È il nome del fratello di Pai Mang.

14 Scritto estremamente breve, in commemorazione di amici uccisi.

L'operazione Gukurahundi in Zimbabwe:

un rapporto sui disordini accaduti nel Matabeleland e nelle Midlands tra il

1980 et 1988.


Introduzione par Elinor Sisulu

L'unica cosa necessaria al trionfo del male è l'apatia della gente onesta. Edmund Burke, politico e filosofo inglese del 18° secolo.

Un'ingiustizia commessa in un luogo è una minaccia per la giustizia nel mondo intero. Dal momento che uno di noi è minacciato direttamente, ognuno di noi lo è indirettamente. Martin Luther King Jr., difensore dei diritti del popolo afro-americano.

L'umanità intera forma un'unica famiglia indivisibile, ognuno di noi è responsabile degli errori commessi da tutti gli altri. Io stesso non mi posso dissociare dall'animo più malvagio. Mahatma Ghandi, filosofo e sostenitore della libertà

L'espressione Gukurahundi che significa in dialetto Shona "Il primo acquazzone che, prima delle piogge primaverili, libera l'ultimo raccolto dalla zizzania" aveva un tempo piacevoli connotazioni. Per i contadini che lavoravano nelle regioni secche, niente è più gradevole dell'odore delle prime piogge che si sono appena abbattute sui terreni aridi e polverosi, se non la freschezza e il tepore dell'aria che ne segue, e la promessa, alle porte della nuova stagione, di raccolti generosi.

Durante gli anni 80, quando la tristemente celebre Quinta Brigata, addestrata in Corea del Nord, assassinava migliaia di persone nelle provincie di Matabeleland e Midland nello Zimbawe, il termine Gukurahundi prese un significato completamente differente. Gukurahundi designò sia la Quinta Brigata, sia il periodo di disordini e crimini di cui essa fu responsabile. Da quel momento, la parola Gukurahundi ispira agli abitanti dello Zimbabwe solo sentimenti negativi, sentimenti che vanno dall'indifferenza, alla vergogna, al diniego e all'orrore fino ad una collera amara e un trauma profondo, a seconda che uno sia una vittima, un carnefice o uno dei milioni di cittadini che hanno taciuto.

Quando mi hanno chiesto di scrivere questa introduzione, inizialmente ho rifiutato. Mi domandai da cosa sarebbe stato legittimato il mio intervento, perché mi era stato accordato un tale onore e se non fosse stato meglio darlo ad un sopravvissuto. Poi mi sono ricordata della conferenza di uno scrittore alla quale avevo assistito qualche anno prima; dove avevo sentito la testimonianza di Yolande Mukagasana, una ruandese che aveva perso il marito e i tre figli, massacrati durante il genocidio del 1994. In seguito a questi eventi drammatici, Yolanda era riuscita a rifarsi una vita impegnandosi sia nella scrittura che nel sostegno degli orfani ruandesi: si era creata una ragione per andare avanti. La sua testimonianza mi sconvolse profondamente. A dire il vero penso al titolo di un suo libro, Le ferite del silenzio, ogni volta che devo battermi contro l'inclinazione della società umana ad ignorare volontariamente le minacce ai diritti dell'uomo anche le più manifeste. Fatto denunciato anche da Mandela in un commento sul genocidio in Ruanda: Piú le grida di disperazione vibrano e stridono - anche quando questa disperazione deve concludersi con mezzo milione di morti, come in Ruanda - piú queste grida sembrano provocare in noi una reazione istintiva: alziamo le nostre mani come se volessimo proteggere i nostri occhi e le nostre orecchie Nelson Mandela: " In The Words of Nelson Mandela " de Jenny Crwys-Williams, Penguin 2004.

Non è un caso se questo rapporto si chiama Rompere il silenzio, visto che la sua vocazione principale è quella d'ottenere un riconoscimento nazionale per un periodo di storia dello Zimbabwe che resta ampiamente ignorato, tranne per coloro che ne hanno subito direttamente le consequenze. Il rapporto sottolinea che una delle ferite più dolorose inflitte dall'operazione Gukurahundi è l'assenza di riconoscimento nel quale sono stati lasciati sprofondare le vittime e i sopravvissuti. La sofferenza dimora nel cuore di queste piaghe mute. Di chi è la responsabilità? I carnefici hanno naturalmente tutto l'interesse a mantenere il silenzio, ma noi? Noi che siamo passati attraverso questi anni e che abbiamo continuato a vivere come se niente fosse successo. Non abbiamo per caso anche noi la nostra parte di responsabilità in queste ferite del silenzio, tanto durante questi eventi terribili, quanto dopo? Oggi ancora molti di noi continuano a tacere.

Nel momento in cui scorro questo rapporto, sento un profondo sentimento di vergogna per il mio silenzio. Numerosi saranno coloro, tra gli abitanti dello Zimbabwe, che addurranno come pretesto di non essere stati al corrente dei fatti, e forse la maggior parte di loro saranno sinceri.

Le leggi d'emergenza attuate dal regime di Mugabe assicuravano ai criminali un'assenza totale di copertura mediatica dalle regioni interessate. Non si nascondeva niente delle attività dei dissidenti, ma il teatro delle operazioni militari restava ai media una zona proibita. Da qui l'assenza d'informazione alla gran parte della popolazione. Ma quelli tra noi che avevano parenti a Matabeleland non hanno scuse. A partire dall'inizio della campagna della Quinta Brigata, una voce proveniente dalle reti comunitare e familiari era circolata. Stava succedendo qualcosa di orrendo. Mi ricordo che durante una visita ai miei nonni, non lontano da Bulawayo, avevo fatto attenzione ad alcuni discorsi, e le voci diventavano subito un bisbiglio se si parlava di parenti che erano stati costretti a fuggire dalla violenza nelle zone rurali e che erano arrivati in città con solamente qualche vestito in spalla. Facevamo quello che potevamo fare per loro e tenevamo la bocca chiusa.

Quando ero una giovane funzionaria ad Harare, riconoscevo benissimo coloro che discutevano a bassa voce degli eventi spaventosi chiamati Gukurahundi e coloro che facevano come se niente stesse succedendo. Mi ricordo di una conversazione ricorrente, ripetuta fino allo sfinimento, nella quale il tema centrale era "Mugabe sa quello che succede? Se le persone del suo entourage lo tenessero davvero informato, lui non permetterebbe questo." Una convinzione tanto ingenua quanto ridicola. La Quinta Brigata non rispondeva dei suoi atti davanti alla gerarchia militare ordinaria, ma direttamente alle più alte cariche direzionali del paese. Col senno di poi, non si ha nessun dubbio sul fatto che Mugabe ne fosse pienamente informato, ma non solo, era anche parte attiva nell'organizzazione degli omicidi di massa nella zona di Matabeleland.

All'epoca quasi tutti eravamo troppo innamorati del nostro grande liberatore per vedere tutte le prove della sua diretta implicazione in questi crimini. Gli zimbabwani non erano preparati a vedere un'ombra sulla loro pace ritrovata di recente. Il governo ZANU-PF (Zimbabwe African National Union- Pacific Front) aveva agito bene durante i primi anni del suo mandato: aveva investito enormemente nella sanità e nell'educazione. Un mondo diverso si stava disegnando, aprendo delle nuove prospettive alla classe media nera. Addirittura i contadini di colore potevano beneficiare per la prima volta di prestiti bancari e formazioni continue. Avevano approfittato al massimo di queste condizioni, tanto che si era registrato un aumento massiccio della loro produzione agricola durante i primi anni d'indipendenza.

Anche la comunità internazionale era divenuta cieca e sorda. Contrariamente all'immagine propagandistica di leader marxista e radicale, Mugabe incarnava la stessa moderazione, per lo meno durante i primi anni del suo mandato. Non statalizzò le industrie e ci si congratulò con lui per aver teso un ramo d'ulivo popolazione bianca. Lo Zimbabwe sembrava un problema risolto e nessuno era disposto a scoperchiare il vaso di Pandora. Si fecero orecchie da mercante al grido del popolo Ndebele.

Leggendo questo rapporto dopo tutti questi anni, rimango stupefatta dalla mia ignoranza su un periodo che credevo di conoscere. Questi racconti di torture fisiche e psicologiche, di stupri e d'altre forme di abusi sessuali, di come la popolazione fosse ridotta alla fame, di case e granai bruciati, di sparizioni, di corpi precipitati nei pozzi delle miniere, di omicidi, non mi erano tuttavia sconosciuti e corrispondevano a quello che mi avevano raccontato i miei familiari. Comunque ero sconcertata dalla descrizione dell'esecuzione di massa di 62 ragazzi e ragazze sulla riva del fiume Cewale a Lupane il 5 marzo del 1983: il silenzio su questa esecuzione è scioccante se lo si paragona all'eco mediatica internazionale che seguì il massacro di Sharpeville nel 1960.

L'operazione Gukurahundi terminò nel 1987 con la firma di un patto d'alleanza tra lo ZAPU (Zimbabwe African People Union) e lo ZANU. Come già si era fatto alla fine della guerra d'indipendenza nel 1980, tutti coloro che si erano resi colpevoli di atti riprovevoli furono coperti da un'amnistia generale. Il rapporto insiste sul fatto che ancora una volta nella storia dello Zimbabwe, gli autori di crimini tra i più ignobili perpetrati contro dei civili inermi non erano ritenuti responsabili delle loro azioni. La cultura dell'impunità che già prevaleva nello Zimbabwe non poteva che essere rafforzata. Le violazioni dei diritti dell'uomo che si sono ripetute dal 2000 sono una conseguenza diretta di questa cultura dell'impunità come anche i metodi d'intimidazione, di tortura fisica e psicologica, d'omicidio, messi recentemente in atto, sebbene in scala minore. La differenza sta nel cambiamento dell'obiettivo, non si attacca più un'etnia particolare in un luogo preciso, ma i rappresentanti dell'opposizione in tutto il territorio.

L'operazione Murambatsvina attuata nel 2005, ricorda l'operazione Gukurahundi. Il governo spiegò sia le truppe dell'esercito che la polizia in tutto il paese per bruciare o radere al suolo le case e i negozi della popolazione povera delle zone urbane. Ancora una volta, si usa la metafora della pulizia; Murambatsvina significa letteralmente "rimuovere il sudiciume". Ancora una volta, si sono associati ad alcune popolazioni termini che giustificano la loro eliminazione, il popolo Ndebele appariva come la zizzania che le prime piogge dovevano portare via, le masse miserabili delle città sono descritte dal responsabile della polizia Augustine Chihuri come una moltitudine di larve formicolanti che minano l'economia del paese.

Alcuni superstiti dell'operazione Gukurahundi hanno reagito cinicamente all'indignazione che ha suscitato Murambatsvina. Hanno preteso che Murambatsvina non fosse assolutamente qualcosa di comparabile al Gukurahundi. Loro (sottointeso gli Shona) sollevano uno scandalo perché adesso sono loro ad essere presi di mira, ma non hanno detto niente quando questo capitò a noi. Un'affermazione che mi fa pensare ad un discorso profetico di Martin Niemöller, teologo tedesco che si opponeva al nazional-socialismo nel 1945.

Quando sono venuti a prendere i comunisti, non ho protestato, non ero comunista. Quando sono venuti a prendere gli ebrei, non ho protestato, non ero ebreo. Quando sono venuti a prendere i cattolici, non ho protestato, ero protestante. Quando mi sono venuti a prendere, non c'era più nessuno con cui protestare.

Ben lontano dall'essere un capitolo chiuso, l'operazione Gukurahundi è come una piaga purulenta nell'animo della nazione zimbabwana. Il prete Michael Lapsley, militante contro l'apartheid e sopravvissuto ad un attentato-bomba ha sottolineato:

Il veleno delle ferite versato su molte generazioni non smette d'infettare il presente. Il presente è incancrenito dal passato. (Dichiarazione fatta in apertura del simposio sulla società civile e la giustizia, Zimbabwe, agosto 1983).

La popolazione dello Zimbabwe chiede conto ai responsabili del ZANU-PF e li costringono a rispondere, malgrado la loro volontà di sotterrare definitivamente la questione. Il presidente Mugabe era addirittura in procinto di presentare delle scuse, il giorno in cui definì l'operazione Gukurahundi un momento di pazzia che non si sarebbe mai dovuto ripetere. Un momento lungo, a dire il vero.

Il dirigente veterano dello ZANU-PF, Nathan Shamuyarira ha di recente dichiarato che non provava alcun rimorso in merito all'operazione Gukurahundi, ritenendola una tappa necessaria al regolamento della questione dei dissidenti della provincia di Matabeleland. Questo tipo di commenti confermano la piena utilità del rapporto. È fondamentale per la ricostruzione dello Zimbabwe orientarsi verso una giustizia di "riparazione". Un buon punto d'inizio sarebbe cominciare a fornire dei certificati di decesso alle famiglie degli scomparsi. È indispensabile che tutta la popolazione zimbabwana conosca questo rapporto e che comprenda e riconosca il dolore e il trauma dei compatrioti, ma anche la violenza degli scorsi 5 anni.

Il prete Michael Lapsley ha scritto

Se abbiamo subito qualcosa, allora siamo vittime. Se siamo sopravvissuti fisicamente, allora siamo dei superstiti. Sfortunatamente, molti di noi non hanno superato questo stadio di riflessione e restano prigionieri dei momenti del passato, tanto sul piano emozionale che quello psicologico o spirituale. Per uscirne vincitori, bisogna abbandonare questo stato di oggetto della storia, e ritornare a essere un soggetto.

È ormai già arrivata l'ora che i superstiti del Gukurahundi divengano soggetti della loro storia divulgando le loro testimonianze.

Il rapporto è di cruciale interesse anche per gli altri protagonisti di questa regione, particolarmente per il Sudafrica che ospita la più importante diaspora zimbabwana. Parlando del Ruanda il presidente sudafricano Thabo Mbeki ha dichiarato

Un momento cosí singolare esige solo la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità. Bisogna dirla perché non farlo significherebbe lasciare la possibilità che questo crimine si ripeta.

In seguito, aggiunge

Poiché eravamo troppo presi dai nostri demoni, non avevamo denunciato, come avremmo dovuto fare, l'ignominia e l'orrore del crimine contro l'umanità perpetuato in Ruanda nel 1994. Per questa ragione, ci sentiamo obbligati a porgere scuse sincere al popolo ruandese; le presento oggi in completa sincerità e umiltà. (Dichiarazione del presidente della repubblica Sudafricana, Thabo Mbeki, durante la commemorazione del decimo anniversario dell'inizio del Genocidio Ruandese Kigali, 7 aprile 2004)

Questa dichiarazione potrebbe essere facilmente applicata all'operazione Gukurahundi. La verità deve essere detta perché non dire lascia la possibilità che il crimine si ripeta. Bisogna rompere il silenzio. Speriamo che, un giorno, le cariche istituzionali della regione che non hanno denunciato, come avrebbero dovuto fare, gli orrendi crimini di massa commessi contro il popolo zimbabwano nel corso degli ultimi 23 anni, si mostrino disposti a presentare le loro scuse più sincere a questo popolo.

Traduzione: Giovanni Perrucci.